Non so se mi spiego

The way to do is to be

“Quien es?!”
“Es joaquin,te acuerdas…ayer!”
“Coño Joaquín, que gusto!”

Perche vivere così? Perché restare aggrappato a perenni presenti, che ti lasciano un sapore di inespresso? Perché non cominciare a buttare a terra un po’ di zavorra e stabilizzarsi?
Non sono domande retoriche, è quello che mi domando spesso ultimamente. La risposta me l’ha data Joaquin.

Ieri stavo camminando per le vie di un barrio di Santo Domingo, quando inizia a diluviare. Mi fermo sotto il tendone di uno dei seicento ristoranti italiani burdi della città a guardare l’effetto del diluvio sui cavi sospesi (così come sono sospese le soluzioni ai problemi di abastecimiento eléctrico), osservavo come l’acqua entrasse nei balconi chiusi dietro delle inferriate degne delle gabbie dei leoni del circo. Ero estasiato da questo contrasto perenne in quest’isola tra grottesco e incantevole: Como sempre il sole aiuta a svelare l’incanto. E li pioveva a dirotto, splendeva il sole, si incrociavano arcobaleni..insomma come dovrebbe essere.

Mi si avvicina guardingo Joaquin. Lo guardo di sottecchi, ero convintissimo volesse imbastiremo qualche scena strana. Era vestito come un uomo della sua età difficilmente il sabato pomeriggio: scarpe giallo evidenziatore, costume e t-shirt di un gruppo gotico inglese. Con quella barbetta grigia sulla pelle di bronzo, una rasata autoimposta è un immancabile cappellino da baseball.

Si avvicina e mi parla in inglese. Peeessimo segno. L’occhietto furbo mi disturba. Però non mi voglio ne posso muovere. Ti doesn’t work like that in the jungle
Gli do confidenza, ma con arguzia. È solo un papà eccentrico che è venuto a raccattare il suo figliolo, promettente pelotero, dalla scuola del sabato. Che vergogna ho provato per il mio sospetto.

Passiamo un’oretta insieme. Ci raccontiamo di tutto: da Eros Ramazzotti a come si tratta una chiapiadora. È un personaggio interessante senza dubbio: Yo tengo mi proprio business. Compro, vendo, busco…pero soy mi propio jefe Y me puedo vestir Como quiero!

Quando arrivano gli altri genitori e le loro eredità genetiche TUTTI senza sapere chi fossi si avvicinano a chocar un fist e a propormi un quéloqueé.

Me ne vado, lo saluto. Ci scambiamo i numeri e ognuno per la sua strada.

Oggi io sono lontano, in un’altra parte del paese, mentre ricompilo le interviste e l’agenda mi suona il telefono. “Ay madre Que no Sea algo de trabajo”. Era Joaquin. Che mi chiamava per sapere come stessi. Nothing more nothing less . E mi chiamava da casa, sentivo i figli gracchiarglidietro qualcosa. Mi immagino la faccia della moglie quando gli ha spiegato a chi stesse telefonando. Che bello Joaquin.

Banalmente, Joaquin e la ragione per cui continuo ciò che sono e che faccio. Per sorprendermi di me stesso, scoprendomi meschino e piccolo ogni volta che temo per la mia sicurezza. Ogni volta che mi ricordo che il mio benpensare è dannoso quando si scontra con una realtà di quelle che piacevano a Pasolini. Quando mi accorgo che la paura mi sorprende e mi impedisce di vedere il sole durante un acquazzone. In tutti quei momenti in cui mi accorgo dei miei errori, in cui faccio un vero passo avanti.

Quei momenti che ti fanno pensare alla belleZa dell’umanità, paragonabile solo all’incanto di un tramonto sulla spiaggia. Quando un Joaquin qualquiera sorprende un Matteo qualunque e lo rimette coi piedi per terra.

Tutto questo accade in ogni dove e in ogni tempo ma L’essere in movimento è un agevolatore di eventi, intuizioni e percezioni.

Teneramente: https://m.youtube.com/watch?v=0W39dzRTbo0

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